La Foresta cresce
Una porta chiusa da un decreto, un forte che guarda Genova, e una scelta.
Il 4 ottobre 2018 qualcosa si è interrotto.
Non ha fatto rumore. Nessun titolo di giornale. Un decreto ha tagliato, nel silenzio, i fondi destinati all'inclusione lavorativa dei richiedenti asilo. E con quei fondi si sono spente decine di piccole esperienze locali in tutta Italia.
Una era la nostra.
Dal 2014, ogni settimana, un gruppo di persone arrivate da Gambia, Ghana, Nigeria e Senegal saliva al Forte Tenaglie a lavorare fianco a fianco con i nostri volontari. Manutenzione, recupero degli spazi, sentieri, piccoli lavori sulle mura. Lavoro vero, con le mani e gli attrezzi. Quattro anni. Dodici persone: alcune per pochi mesi, altre per quasi due. Alcune di quelle relazioni durano ancora oggi — e non erano previste da nessun protocollo.
Poi il rubinetto si è chiuso. Non perché non funzionasse. Per una scelta politica.
Il Forte Tenaglie non è una sede qualunque. Fu costruito tra il 1820 e il 1832 non per difendere Genova, ma per tenerla sotto controllo. Nel 1849 da qui si bombardò la città. Nel 1943 lo occuparono i militari tedeschi. Poi decenni di abbandono: rovi, crolli, saccheggio.
Da oltre quindici anni proviamo a ribaltarne il senso. Un luogo nato per la guerra che diventa luogo di pace. Non è uno slogan: è la storia concreta di questo posto, dove ogni sabato persone che fuori difficilmente si siederebbero allo stesso tavolo si ritrovano a lavorare insieme. I bambini e le bambine della casa famiglia, i volontari, le persone in misura alternativa alla pena. E, fino al 2018, i richiedenti asilo.
C'è una cosa che vogliamo dire con chiarezza, perché è il cuore di tutto.
Riaprire quelle borse lavoro non è un gesto di carità. Il lavoro non è solo inclusione economica: è sicurezza sociale. Una persona lasciata in attesa per mesi o anni - senza poter lavorare, senza una rete, senza un posto dove sentirsi utile - è una persona esposta. Allo sfruttamento, alla marginalità, ai vuoti che il caporalato sa riempire. Lo leggiamo sui giornali proprio in queste settimane. Una comunità che accoglie con il lavoro non fa un favore a nessuno: costruisce sicurezza. Nel modo più efficace che esiste, che non è quello delle ruspe ma quello delle relazioni.
Per questo abbiamo dato un nome preciso a un'intenzione precisa: Forte senza frontiere. Tre borse lavoro per richiedenti protezione internazionale, dodici mesi ciascuna, dentro il Forte. Due mattine a settimana, accanto ai volontari e ai tutor. Lavoro che serve davvero - perché il Forte senza manutenzione tornerebbe ai rovi nel giro di poche stagioni - e che alla fine lascia a ogni persona competenze verificabili e referenze spendibili.
Non aspettiamo che la politica cambi idea. Raccogliamo noi i fondi necessari per rifarlo, in modo autonomo e duraturo.
Lo facciamo con la leggerezza di una piuma e la testardaggine di chi non si rassegna. Perché crediamo che in un mondo in cui fa sempre più rumore un albero che cade, si possa ancora scegliere di crescere una foresta.
"Non dimenticate l'ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo."
È da qui che siamo partiti, vent'anni fa. Ed è ancora qui che restiamo.
Nei prossimi giorni vi raccontiamo come potete entrare anche voi in questa storia. Per ora, se volete conoscere il progetto da vicino, è tutto qui: lapiuma.riseact.site/projects/forte-senza-frontiere
Un abbraccio, e ci vediamo al Forte.
La Piuma
Artigiani di Pace