Storie dal Forte

La Foresta cresce

Storie, voci e aggiornamenti dal Forte Tenaglie e dalle persone che lo tengono vivo.

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Forte Senza Frontiere La tua firma può riaprire una porta

La tua firma può riaprire una porta

Nel 2018 una scelta politica ha murato le borse lavoro per richiedenti asilo al Forte Tenaglie. Il 5×1000 sono fondi pubblici che decidi tu: quest'anno puoi usarli per riaprirle. C'è una porta, al Forte Tenaglie, che nel 2018 è stata murata. Non con i mattoni. Con un decreto. Il 4 ottobre di quell'anno il Governo tagliò i fondi destinati all'inclusione lavorativa dei richiedenti asilo. Successe nel silenzio. Nessun titolo di giornale per le piccole esperienze locali che, una dopo l'altra, si spensero. Una era la nostra. Dal 2014, ogni settimana, un gruppo di persone arrivate da Gambia, Ghana, Nigeria e Senegal saliva quassù a lavorare fianco a fianco con i nostri volontari. Manutenzione, sentieri, piccoli lavori sulle mura. Lavoro vero, con le mani e gli attrezzi. Quattro anni. Poi più niente. Non si è fermato perché non funzionava. Si è fermato perché qualcuno, lontano da qui, ha deciso di chiudere il rubinetto. Perché quest'anno ti parliamo del 5×1000 in modo diversoIl 5×1000 non è una donazione. È una quota di soldi pubblici — i tuoi — che lo Stato ti lascia decidere dove mandare. Puoi lasciare che siano altri a stabilirlo, oppure indirizzarli tu. E qui c'è una simmetria che ci sembra valga la pena raccontare. Furono fondi pubblici a chiudere quella porta. Possono essere fondi pubblici, questa volta scelti da te, a riaprirla. Non ti diremo mai che "non ti costa nulla". Sarebbe un modo piccolo di dirlo. La verità è più grande: hai in mano una decisione, ed è una decisione che pesa. Cosa riapre, di preciso, la tua firmaIl progetto si chiama Forte senza frontiere. Vogliamo riattivare tre borse lavoro per richiedenti protezione internazionale, dodici mesi ciascuna, dentro il Forte. Bastano 261 firme come la tua a coprire una borsa lavoro intera, per un anno. Duecentosessantuno persone che scelgono di scrivere lo stesso codice fiscale nello stesso riquadro. E una porta si riapre. Perché proprio il lavoro? Perché una persona lasciata in attesa per mesi o anni — senza poter lavorare, senza una rete, senza un posto dove sentirsi utile — è una persona esposta. Allo sfruttamento, alla marginalità, ai vuoti che il caporalato sa riempire. Lo leggiamo sui giornali proprio in questi giorni. Il lavoro non è solo reddito: è dignità, ed è sicurezza. Per chi arriva e per la città che lo accoglie. Al Forte tutto questo non succede nei convegni. Succede in un cantiere aperto e in una pausa focaccia, ogni mattina alle 10, quando ci si siede tutte e tutti allo stesso tavolo e si impara il nome dell'altro. Un luogo nato per la guerra che diventa luogo di pace. Un forte costruito per separare, che torna a essere un posto dove ci si incontra. Non aspettiamo che la politica cambi idea. In un mondo in cui fa sempre più rumore un albero che cade, scegliamo di crescere una foresta. Come si faIn queste settimane stai facendo, o sta facendo il tuo commercialista, la dichiarazione dei redditi. C'è un riquadro dedicato al sostegno degli enti del terzo settore, su 730, Modello Redditi o CU. Serve una cosa sola: una firma, e il nostro codice fiscale. Codice fiscale La Piuma ODV: 95107370108 E se conosci qualcuno che sta per consegnare la dichiarazione, giraglielo: ogni firma è una di quelle 261. Firma. Scrivi 95107370108. Riapri una porta. La tua firma cancella le frontiere. Grazie di esserci. La Piuma Artigiani di Pace

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Forte Senza Frontiere Nel 2018 abbiamo dovuto smettere. Vi raccontiamo perché ricominciamo.

Nel 2018 abbiamo dovuto smettere. Vi raccontiamo perché ricominciamo.

Una porta chiusa da un decreto, un forte che guarda Genova, e una scelta. Il 4 ottobre 2018 qualcosa si è interrotto. Non ha fatto rumore. Nessun titolo di giornale. Un decreto ha tagliato, nel silenzio, i fondi destinati all'inclusione lavorativa dei richiedenti asilo. E con quei fondi si sono spente decine di piccole esperienze locali in tutta Italia. Una era la nostra. Dal 2014, ogni settimana, un gruppo di persone arrivate da Gambia, Ghana, Nigeria e Senegal saliva al Forte Tenaglie a lavorare fianco a fianco con i nostri volontari. Manutenzione, recupero degli spazi, sentieri, piccoli lavori sulle mura. Lavoro vero, con le mani e gli attrezzi. Quattro anni. Dodici persone: alcune per pochi mesi, altre per quasi due. Alcune di quelle relazioni durano ancora oggi — e non erano previste da nessun protocollo. Poi il rubinetto si è chiuso. Non perché non funzionasse. Per una scelta politica. Il Forte Tenaglie non è una sede qualunque. Fu costruito tra il 1820 e il 1832 non per difendere Genova, ma per tenerla sotto controllo. Nel 1849 da qui si bombardò la città. Nel 1943 lo occuparono i militari tedeschi. Poi decenni di abbandono: rovi, crolli, saccheggio. Da oltre quindici anni proviamo a ribaltarne il senso. Un luogo nato per la guerra che diventa luogo di pace. Non è uno slogan: è la storia concreta di questo posto, dove ogni sabato persone che fuori difficilmente si siederebbero allo stesso tavolo si ritrovano a lavorare insieme. I bambini e le bambine della casa famiglia, i volontari, le persone in misura alternativa alla pena. E, fino al 2018, i richiedenti asilo. C'è una cosa che vogliamo dire con chiarezza, perché è il cuore di tutto. Riaprire quelle borse lavoro non è un gesto di carità. Il lavoro non è solo inclusione economica: è sicurezza sociale. Una persona lasciata in attesa per mesi o anni - senza poter lavorare, senza una rete, senza un posto dove sentirsi utile - è una persona esposta. Allo sfruttamento, alla marginalità, ai vuoti che il caporalato sa riempire. Lo leggiamo sui giornali proprio in queste settimane. Una comunità che accoglie con il lavoro non fa un favore a nessuno: costruisce sicurezza. Nel modo più efficace che esiste, che non è quello delle ruspe ma quello delle relazioni. Per questo abbiamo dato un nome preciso a un'intenzione precisa: Forte senza frontiere. Tre borse lavoro per richiedenti protezione internazionale, dodici mesi ciascuna, dentro il Forte. Due mattine a settimana, accanto ai volontari e ai tutor. Lavoro che serve davvero - perché il Forte senza manutenzione tornerebbe ai rovi nel giro di poche stagioni - e che alla fine lascia a ogni persona competenze verificabili e referenze spendibili. Non aspettiamo che la politica cambi idea. Raccogliamo noi i fondi necessari per rifarlo, in modo autonomo e duraturo. Lo facciamo con la leggerezza di una piuma e la testardaggine di chi non si rassegna. Perché crediamo che in un mondo in cui fa sempre più rumore un albero che cade, si possa ancora scegliere di crescere una foresta. "Non dimenticate l'ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo."È da qui che siamo partiti, vent'anni fa. Ed è ancora qui che restiamo. Nei prossimi giorni vi raccontiamo come potete entrare anche voi in questa storia. Per ora, se volete conoscere il progetto da vicino, è tutto qui: lapiuma.riseact.site/projects/forte-senza-frontiere Un abbraccio, e ci vediamo al Forte. La Piuma Artigiani di Pace

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Forte Senza Frontiere Forte senza frontiere - un progetto che c'era, che ora non c'è ma che domani ci sarà nuovamente (anche grazie a te)

Forte senza frontiere - un progetto che c'era, che ora non c'è ma che domani ci sarà nuovamente (anche grazie a te)

Forte senza frontiere, per ora, non esiste. Esiste il nome. Esiste il progetto, scritto per intero. Esiste il ricordo preciso di com'era, prima. Ma le tre borse lavoro no. Quelle non ci sono ancora. Te lo diciamo così, senza girarci intorno, perché è la cosa più onesta che possiamo dirti: questo progetto non è partito, e parte solo quando ci sono i fondi. Ogni donazione è un pezzo concreto di ciò che serve per cominciare. Non un contributo a qualcosa che gira già. Il mattone che fa iniziare. Prima c'eraDal 2014 al 2018, ogni settimana, un gruppo di richiedenti asilo arrivati da Gambia, Ghana, Nigeria e Senegal saliva al Forte a lavorare fianco a fianco con i nostri volontari. Manutenzione, sentieri, piccoli lavori sulle mura. Lavoro vero, con le mani e gli attrezzi. Poi un decreto ha tagliato i fondi, e le sedie a quel tavolo si sono svuotate. Non aspettiamo che la politica torni sui suoi passi. Vogliamo riaprire noi quella porta. Ma non possiamo farlo da soli. Cosa cambia, il giorno in cui parteQuando i fondi ci saranno, cambieranno tre cose insieme. Cambierà la vita di tre persone. Invece di attraversare mesi sospesi — senza lavoro, senza rete, senza un posto dove sentirsi utili — passeranno un anno imparando un mestiere, dentro una comunità vera. Ne usciranno con competenze verificabili e referenze spendibili. Qualcuna troverà un lavoro anche grazie a questo. Cambierà il nostro cantiere. E qui c'è una cosa che di solito non si dice. Lavorare accanto a chi ha una storia lontanissima dalla tua non fa bene solo a chi viene accolto. Fa bene anche a chi accoglie. Quella vicinanza - rara, in una città come Genova - è un regalo per i volontari tanto quanto per gli ospiti. Cambierà, un pochino, anche Genova. Resterà un modello piccolo e testardo che funziona: non un convegno sull'integrazione, ma un cantiere aperto e una pausa focaccia ogni mattina alle 10. La prova concreta che una comunità che vuole accogliere ci riesce, anche quando gran parte della politica se ne dimentica. Perché la tua parte conta davveroEcco perché, quando doni, non stai "aiutando un'associazione". Stai facendo cominciare qualcosa. Stai mettendo il tuo nome dentro una storia che, senza di te, resta scritta su un foglio. E stai entrando anche tu in quella vicinanza che trasforma chi la sceglie. Da dove si comincia? Da poco, e da concreto. Con 15 euro tieni apparecchiato per una mattina il tavolo della pausa focaccia: caffè, tè, focaccia per tutte e tutti. È la voce di budget più piccola, ed è quella che racconta meglio cos'è questo progetto. Da lì si sale, fino a un mese intero di quell'attesa trasformata in lavoro e relazioni. Quanto, lo scegli tu. L'obiettivo è 28.000 euro. Li raccogliamo interamente noi - da chi ci conosce e crede che accogliere sia ancora possibile. Nessun fondo pubblico, per ora. Solo persone. → Dona qui: lapiuma.riseact.site/projects/forte-senza-frontiere Un luogo nato per la guerra che diventa luogo di pace. Un progetto che oggi non esiste e che domani, se lo decidiamo insieme, comincia. Metti il primo mattone. Grazie di esserci. La Piuma Artigiani di Pace

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Forte Senza Frontiere Forte senza frontiere · cosa c'è dietro il nome?

Forte senza frontiere · cosa c'è dietro il nome?

Al Forte Tenaglie rimettere in piedi una pietra e incontrare una persona sono, letteralmente, lo stesso gesto. È così che un muro costruito per separare diventa un luogo senza frontiere. Un forte, in fondo, è un muro. Il muro più serio che esista: spesso, alto, fatto per decidere chi sta dentro e chi sta fuori. Una frontiera di pietra. Il Forte Tenaglie è nato proprio così. Costruito tra il 1820 e il 1832, non per difendere Genova ma per tenerla sotto controllo. Dai suoi spalti, nel 1849, si è sparato sulla città. Una macchina per separare. Poi, dalla fine della guerra, l'abbandono: sessant'anni di rovi e silenzio. Quando lo abbiamo incontrato era questo. Un muro enorme e muto, che nessuno attraversava più. Una magnifica folliaCi siamo messi a rimetterlo in piedi. Una magnifica follia, l'abbiamo sempre chiamata: recuperare un forte pietra dopo pietra, sabato dopo sabato, con le mani dei volontari e delle volontarie. Non per farne un museo. Per farne un luogo vivo. Un lavoro soloE qui succede ciò che dà il nome a tutto. Al Forte non ci sono due lavori separati - da una parte si aggiustano le mura, dall'altra ci si occupa delle persone- ma un unico lavoro. La stessa mano che rimette una pietra al suo posto accompagna una persona che un posto lo stava cercando. E chi restaura il muro, mentre lo fa, si restaura un po' anche lui. Curare un luogo e curare una persona, per noi, sono lo stesso gesto. Eecologia integrale, un tema che ci sta particolarmente a cuore e che basta salire una mattina qualunque per vederla e toccarla con mano. Dal 2014 al 2018 persone arrivate da Gambia, Ghana, Nigeria e Senegal salivano ogni settimana a lavorare sulle mura insieme ai nostri volontari. Rimettevano in sesto un muro nato per separare. E, facendolo, quel muro smetteva di separare loro. Un forte senza frontiere. Non è un modo di dire. È esattamente quello che stava diventando questo posto e che vogliamo realizzare qui, pietra dopo pietra. Le frontiere che non si vedonoPoi, nel 2018, un decreto ha tagliato i fondi. E la frontiera è tornata. Stavolta una frontiera invisibile, fatta di regole e di silenzi. Le frontiere più difficili da abbattere, abbiamo imparato, non sono quelle che si vedono. Cosa vuol dire, davvero, "senza frontiere"Ecco perché abbiamo ripreso in mano il progetto e gli abbiamo tenuto questo nome: Forte senza frontiere. Non significa un mondo senza confini, in astratto. Significa che tre persone in attesa di una risposta dallo Stato possano tornare a passare le loro giornate facendo qualcosa di vero, dentro una comunità che le chiama per nome. Significa tenere aperto un varco - piccolo, testardo - proprio mentre altrove se ne chiudono. Un luogo nato per la guerra che diventa luogo di pace. Un muro che, pietra dopo pietra, sta imparando a essere una porta. In un mondo in cui fa sempre più rumore un albero che cade, quassù proviamo a crescere una foresta. Non con le dichiarazioni. Con la calce, gli attrezzi e una pausa focaccia condivisa. Se vuoi capire cosa intendiamo, non c'è molto da spiegare. Contattaci e sali al Forte una mattina. Lo vedi da solo. Ci vediamo quassù. La Piuma Artigiani di Pace

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Forte Senza Frontiere La pausa focaccia al forte. Un tavolo a cui si sedevano anche i richiedenti asilo fino al 2018. Vogliamo che succeda ancora

La pausa focaccia al forte. Un tavolo a cui si sedevano anche i richiedenti asilo fino al 2018. Vogliamo che succeda ancora

Ogni mattina di lavoro al Forte, verso le 10, ci si ferma. Si appoggiano gli attrezzi. Ci si siede tutti allo stesso tavolo — volontari, tutor, i bambini della casa famiglia, le persone in misura alternativa alla pena. Si guarda Genova dall'alto. Caffè, tè, focaccia. La chiamiamo la pausa focaccia. Non è una pausa nel senso comune. È il momento in cui il progetto accade davvero: quello in cui impari il nome dell'altro, fai una domanda, ridi insieme di qualcosa di stupido, e una distanza che sembrava enorme si scopre percorribile. Tante delle relazioni nate al Forte in questi anni non sono nate lavorando. Sono nate in quei trenta minuti. Fino al 2018, a quel tavolo, sedevano anche dei richiedenti asilo. Arrivavano da Gambia, Ghana, Nigeria, Senegal. Venivano ogni settimana a lavorare con noi. Poi un decreto ha tagliato i fondi, e quelle sedie si sono svuotate. Con Forte senza frontiere vogliamo riempirle di nuovo. Tre borse lavoro, dodici mesi, tre persone che invece di attraversare mesi vuoti imparano un mestiere e diventano parte di una comunità vera. Il progetto non è ancora partito. Parte quando ci sono i fondi. Servono 28.000 euro, e li raccogliamo noi - da chi ci conosce e crede che accogliere sia ancora possibile. Ogni donazione è un pezzo concreto di ciò che serve per cominciare. E qui la tua parte è precisa. Con 15 euro tieni apparecchiato quel tavolo per una mattina intera: caffè, tè e focaccia per tutte e tutti quelli che ci si siedono. È la voce di budget che racconta meglio di ogni altra cos'è davvero questo progetto. Con 35 euro metti in mano gli attrezzi e i materiali di una giornata di lavoro vero: i guanti, la calce, ciò che serve per rimettere in sesto un pezzo di mura o un sentiero. Con 55 euro accompagni una persona per una settimana intera al Forte: non un'attività simbolica, il lavoro che tiene in piedi questo posto. Con 130 euro regali un mese di quell'attesa trasformata: un mese in cui qualcuno, invece di restare sospeso, ha un posto dove sentirsi utile. Scegli quanto e dona qui: → lapiuma.riseact.site/projects/forte-senza-frontiere Non ti chiediamo di risolvere da solo il tema dell'accoglienza. Ti chiediamo di tenere apparecchiato un tavolo, su un forte che guarda Genova, dove ogni mattina qualcuno torna a imparare il nome di qualcun altro. Il resto - la breccia, la porta, la foresta - lo costruiamo insieme. Ci vediamo al Forte. La Piuma Artigiani di Pace P.S. C'è anche un secondo modo, che non passa dal portafoglio ma dalla firma. Se destini il tuo 5×1000 a La Piuma (CF 95107370108), entri in questo stesso progetto: bastano 261 firme come la tua per coprire una borsa lavoro intera, per un anno. → lapiuma.riseact.site/campaigns/5xmille

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Forte Senza Frontiere Non è carità. È lavoro.

Non è carità. È lavoro.

Forte senza frontiere · perché le borse lavoro Riaprire le borse lavoro per richiedenti asilo al Forte Tenaglie non è un gesto di generosità. È una questione di dignità e, diciamolo, di sicurezza. Ogni tanto una parola torna sui giornali. Caporalato. Braccianti pagati pochi euro l'ora. Persone tenute ai margini, senza contratto, senza voce. Qualcuno che, in quel margine, si è preso il potere di sfruttarle. Ogni volta che leggiamo queste storie, al Forte pensiamo la stessa cosa. Che lo sfruttamento non nasce dal nulla. Nasce dove c'è un vuoto. E il vuoto, spesso, ha un nome preciso: attesa senza lavoro. Una persona sospesa è una persona espostaChi arriva in Italia e chiede protezione, spesso, aspetta mesi. A volte anni. In quel tempo, per legge o per prassi, non può fare granché. Non lavora, non costruisce relazioni, non mette radici. Resta sospeso. Una persona sospesa è una persona esposta. A chi promette un lavoro in nero. A chi offre una scorciatoia. Ai caporali, appunto, che la solitudine la riconoscono da lontano. Ecco perché, quando parliamo di Forte senza frontiere, non usiamo la parola "carità". Non stiamo facendo un favore a nessuno. Stiamo togliendo terreno sotto i piedi allo sfruttamento, nel modo più semplice che esista: dando a una persona un lavoro vero, una comunità e un motivo per alzarsi la mattina. Lavoro vero, non un attestatoAl Forte il lavoro non è un'occupazione simbolica. Le mura vanno rimesse in sesto sul serio, i sentieri vanno tenuti, la manutenzione non aspetta. Chi lavora quassù fa qualcosa che serve - e lo sa. Alla fine dell'anno se ne va con competenze verificabili e referenze spendibili. Non con un attestato di partecipazione. È la differenza tra assistere una persona e restituirle un ruolo. La sicurezza vera nasce dalle relazioniC'è chi pensa che la sicurezza si costruisca alzando muri e mandando via. Noi abbiamo passato quindici anni su un forte a smontare un muro, e abbiamo imparato il contrario. La sicurezza più solida è quella che nasce dalle relazioni. Una città in cui le persone si conoscono, lavorano fianco a fianco e si chiamano per nome è una città più sicura di una piena di diffidenza. Non è buonismo. È la cosa più concreta che conosciamo. Piccolo, ma detto ad alta voceForte senza frontiere è piccolo: tre persone, un anno, un forte sopra Genova. Non risolve il tema dell'immigrazione in Italia, e non ci inganniamo del contrario. Ma dice una cosa che vale la pena dire ad alta voce, di questi tempi: il lavoro è dignità, e la dignità è la prima forma di sicurezza. La Piuma Artigiani di Pace

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Forte Senza Frontiere Non siamo eroi. Siamo persone normali.

Non siamo eroi. Siamo persone normali.

Forte senza frontiere · chi lo fa Al Forte Tenaglie non lavorano professionisti della solidarietà. Lavorano volontari che il sabato potrebbero fare altro. E hanno scoperto che accogliere cambia soprattutto chi accoglie. Immagina un sabato mattina qualunque, al Forte Tenaglie. C'è chi mescola la calce. Chi taglia i rovi lungo il sentiero. Un bambino della casa famiglia che gioca e aiuta come può. Una persona in misura alternativa alla pena che, per la prima volta da mesi, sta facendo qualcosa di cui essere fiera. Verso le 10, tutte e tutti allo stesso tavolo: caffè, tè, focaccia. Nessuno di loro è un eroe. Nessuno è un esperto di accoglienza. Sono persone normali. Chi è La Piuma, davveroLa Piuma è fatta così da vent'anni. Non di specialisti dell'integrazione, ma di persone che il sabato potrebbero starsene a casa e invece salgono su un forte a lavorare. Insegnanti, pensionati, studenti, artigiani. Gente che non ha risposte pronte sull'immigrazione, e proprio per questo preferisce fare una cosa semplice: conoscere le persone una alla volta. La cosa meno scontata di tutteQuando, dal 2014 al 2018, i richiedenti asilo salivano a lavorare con noi, non stavamo semplicemente facendo del bene a loro. Stava succedendo qualcosa a tutti e due. Perché lavorare gomito a gomito con una persona arrivata dal Gambia o dal Senegal - sudare insieme, sbagliare insieme, ridere per una parola detta male - è un'esperienza che cambia anche chi accoglie. In una città come Genova, dove è facile passare una vita senza conoscere davvero qualcuno venuto da lontano, quella vicinanza è un regalo raro. E il regalo è reciproco. Chi ha vissuto quei sabati lo sa. Non tornavamo a casa pensando "abbiamo aiutato qualcuno". Tornavamo a casa un po' diversi. Cosa si è interrotto, nel 2018È questo che si è spezzato quando un decreto ha tagliato i fondi. Non solo le borse lavoro per loro. Un pezzo di comunità per tutti. Con Forte senza frontiere vogliamo ricostruirlo. E lo diciamo senza retorica: non per salvare nessuno. Per tornare a essere, tutte e tutti, un po' meno estranei gli uni agli altri. Un sabato dopo l'altroUn luogo nato per la guerra che diventa luogo di pace non lo costruiscono i grandi gesti. Lo costruiscono persone normali, un sabato dopo l'altro. Se ti va di vedere come, la porta del Forte è aperta. Contattaci. Le mani in più servono sempre. La Piuma Artigiani di Pace

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Forte Senza Frontiere 652 euro al mese. Ecco cosa c'è dentro una borsa lavoro.

652 euro al mese. Ecco cosa c'è dentro una borsa lavoro.

Forte senza frontiere · la trasparenza Per avviare il progetto servono 28.000 euro, e vogliamo che tu sappia esattamente dove vanno. Anche perché, questa volta, non c'è un solo euro pubblico. Ci sono associazioni che ti chiedono di fidarti. Noi preferiamo mostrarti i conti. Per far partire Forte senza frontiere servono 28.000 euro. Non è una cifra tonda scelta per fare scena: è la somma esatta di quello che costa tenere tre persone al lavoro, in sicurezza, per dodici mesi. Te la spieghiamo voce per voce, perché la fiducia si costruisce così — non con le promesse, ma con i numeri. Il cuore: le borse lavoroIl grosso è la parte più semplice da capire. Tre persone, dodici mesi, 652 euro al mese ciascuna. Fanno 23.472 euro. È il cuore economico del progetto: quello che permette a una persona di lavorare avendo qualcosa in mano alla fine del mese, non un rimborso simbolico. La sicurezza, che non è un dettaglioPoi c'è la sicurezza. La copertura assicurativa INAIL per le tre persone costa 1.200 euro. I dispositivi di protezione - guanti, calzature, tutto ciò che serve per lavorare su un cantiere vero - altri 165. Chi sale al Forte lo fa in regola e protetto. Come dev'essere. La voce che preferiamoE poi c'è lei: la pausa focaccia. Quindici euro a mattina, 104 mattine, 1.560 euro in un anno. Sulla carta è la riga più piccola del budget. Nella realtà è il momento in cui il progetto diventa una comunità. Se c'è una cosa su cui non risparmiamo, è quella. Infine mille euro di imprevisti e gestione, perché sappiamo come vanno queste cose e preferiamo dirlo prima. Totale: 28.000 euro. Tutto qui. Niente di nascosto. La cosa che i numeri non dicono da soliC'è però un dettaglio che ci piace sottolineare. Stavolta in FOrte Senza Frontiere non c'è dentro un solo euro pubblico. È una scelta. Nel 2018 furono i fondi pubblici a chiudere questo progetto, con un decreto. Abbiamo deciso che, questa volta, a rifarlo saremo noi: donatori privati, aziende, fondazioni. Persone. Non è polemica. È una dimostrazione. Vogliamo far vedere, numeri alla mano, che la cura delle persone non dipende dalle scelte di chi governa. Che una comunità decisa ad accogliere trova il modo, anche quando le tolgono il sostegno pubblico. Perché ti mostriamo tuttoUn forte lo si ricostruisce pietra su pietra, alla luce del sole. Una comunità anche. Se vuoi vedere quelle pietre da vicino, sai dove trovarci. La Piuma Artigiani di Pace

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Forte Senza Frontiere Quello che resta, quando finiscono i budget

Quello che resta, quando finiscono i budget

Forte senza frontiere · perché lo rifacciamo Le convenzioni finiscono, i decreti cambiano, i fondi si aprono e si chiudono. Alcune cose, invece, restano. Ed è per quelle che vale la pena ricominciare. C'è una frase, tra quelle che raccontano questo progetto, che ci sta più a cuore delle altre. Dice che alcune delle relazioni nate al Forte tra il 2014 e il 2018 continuano ancora oggi. Ben oltre la fine di qualsiasi convenzione. Le relazioni non sono una voce di budgetUn progetto finanziato ha una data di inizio e una data di fine. Ci sono i fondi, si fa; finiscono i fondi, si smette. È così che funziona, e nel 2018 abbiamo imparato quanto può essere brusco: un decreto, e le mattine al Forte con i richiedenti asilo sono finite da un giorno all'altro. Ma le relazioni non hanno una scadenza scritta nella convenzione. Quando due persone passano mesi a rimettere in piedi un muro fianco a fianco, quello che si costruisce tra loro non si smonta con un taglio ai fondi. Alcuni di quei ragazzi arrivati da Gambia, Ghana, Nigeria e Senegal sono ancora in contatto con noi. Non perché lo prevedesse un protocollo. Perché erano diventati, semplicemente, parte della comunità. Ecco perché ricominciamoÈ questo che ci ha convinti a riprovarci. Non stiamo riattivando "un servizio". Stiamo ridando a tre persone la possibilità di entrare in qualcosa che, se funziona come sappiamo che può funzionare, durerà più a lungo dei dodici mesi scritti sul progetto. Un anno di lavoro finisce. Un legame, no. Non eroghiamo prestazioni. Costruiamo relazioni.Lo diciamo perché è il modo in cui intendiamo tutto quello che facciamo. Al Forte non "eroghiamo prestazioni". Costruiamo relazioni, e le relazioni sono reciproche: chi arriva riceve un lavoro e una comunità, e la comunità riceve chi arriva. Nessuno, alla fine, resta uguale a prima. I fondi servono a far partire tutto questo. Ma quello che resta, alla fine, non si misura in euro. Un legame alla voltaLe convenzioni finiscono. I decreti cambiano. Un forte nato per la guerra, invece, può diventare per sempre un luogo di pace - se qualcuno decide di prendersene cura. Noi abbiamo deciso. Un legame alla volta. La Piuma Artigiani di Pace

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Forte Senza Frontiere Cosa fa, esattamente, la tua donazione

Cosa fa, esattamente, la tua donazione

Forte senza frontiere · dona ora Ogni euro che arriva a questo progetto ha un peso preciso. Te lo raccontiamo, perché tu sappia esattamente cosa stai facendo accadere. A Forte senza frontiere ogni cifra ha un nome e un mestiere. La tua cifra, il suo lavoroCon 15 euro tieni apparecchiato per una mattina il tavolo della pausa focaccia. Caffè, tè e focaccia per tutte e tutti quelli che, verso le 10, si siedono a guardare Genova dall'alto. È la voce di budget più piccola, ed è quella dove nasce la comunità. Con 35 euro tieni quel tavolo per una settimana intera di lavoro al Forte. Con 55 euro compri i dispositivi di protezione di una persona per un anno: guanti, calzature, tutto ciò che le serve per lavorare su un cantiere vero, in sicurezza. Una cifra piccola per una cosa non negoziabile. Con 130 euro copri un mese intero di pause focaccia - tutte le mattine di un mese a quel tavolo. E se vuoi fare di più, sulla pagina trovi anche le cifre più impegnative: un mese di borsa lavoro, o una borsa intera per un anno, che è il cuore di tutto. Scegli tu dove fermarti. Perché anche 15 euro contano davveroIl progetto non è ancora partito. Parte quando i 28.000 euro ci sono. Ogni donazione non si aggiunge a qualcosa che gira già: è un pezzo di ciò che serve per cominciare. Anche 15 euro. E non c'è dentro un solo fondo pubblico. Lo raccogliamo interamente noi, da donatori privati, aziende e fondazioni. Da persone. Cosa stai finanziando, davveroPerché quello che sostieni non è "un'attività". È il ritorno di tre persone a un tavolo da cui, nel 2018, un decreto le aveva fatte alzare. È un forte nato per la guerra, diventato luogo di pace continua la sua missione di accoglienza. Scegli la tua cifra e falla partire: → Dona ora: lapiuma.riseact.site/projects/forte-senza-frontiere Qualunque cifra tu scelga, saprai esattamente dov'è finita. Al Forte funziona così: alla luce del sole, un euro alla volta. Grazie di esserci. La Piuma Artigiani di Pace

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Forte Senza Frontiere Donare qui non è beneficenza. È un atto preciso.

Donare qui non è beneficenza. È un atto preciso.

Forte senza frontiere · dona ora CI sono donazioni che sono tutt'altro che beneficenza. Sono un atto politico e riaprono una porta chiusa da un decreto. Nel 2018 una firma ha chiuso una porta. Un decreto ha tagliato i fondi per l'inclusione lavorativa dei richiedenti asilo, e le nostre mattine di lavoro al Forte con loro sono finite. In silenzio. Senza che quasi nessuno se ne accorgesse. Adesso quella porta puoi riaprirla tu. Un atto con tre effetti precisiDonare a Forte senza frontiere non è un gesto generico di generosità. È un atto preciso, e fa tre cose insieme. Riapre una porta che la politica ha chiuso. Rimette al lavoro, su un forte sopra Genova, persone che erano state fatte alzare da quel tavolo. Dimostra che la cura delle persone non dipende da chi governa. Che quando il sostegno pubblico viene tolto, una comunità può decidere di andare avanti lo stesso. Dice, senza urlarlo, da che parte stai. Non con una sterile polemica sui social. Ma in concreto. La tua parte pesa più della cifraEcco perché una donazione, qui, vale più di quanto dica il numero. Non stai "aiutando un'associazione": stai facendo ripartire qualcosa che era stato spento dall'alto, e lo stai facendo dal basso. Persone al posto dei decreti. Il progetto non è ancora partito. Servono 28.000 euro, raccolti interamente da donatori privati, aziende e fondazioni: nessun fondo pubblico. Ogni donazione è un pezzo concreto per cominciare. Come 15€ che aiuteranno a garantire una mattina di merenda tra caffè, tè e focaccia per tutte e tutti. Riapri la porta: → Dona ora: lapiuma.riseact.site/projects/forte-senza-frontiere Decidi tuUna firma, nel 2018, ha chiuso. Una tua scelta, oggi, può riaprire. Grazie di esserci. La Piuma Artigiani di Pace

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Forte Senza Frontiere Da qui si vede il mare

Da qui si vede il mare

Forte senza frontiere · Genova, il porto, l'arrivo Dal Forte Tenaglie la vista sulla città è spettacolare. E quello che si vede oltre alla città - il protagonista assoluto - è il mare. Quando sei tra le mura del Forte Tenaglie e ti affacci vedi il Mediterraneo, largo e azzurro, che da lassù sembra vicinissimo. È un'immagine che ci portiamo dietro da quando abbiamo dato un nome a questo progetto. Perché quel mare non è un panorama qualunque, ma lo stesso mare che tante persone hanno attraversato per arrivare fin qui. Lo stesso mare, da due parti diverseÈ lo stesso mare che le persone arrivate da Gambia, Ghana, Nigeria e Senegal hanno attraversato per arrivare fin qui. Chi lavorava con noi al Forte, tra il 2014 e il 2018, quel mare l'aveva visto da un'altra angolazione. Non dall'alto di un forte, al sicuro. Da dentro, in mezzo, con tutto quello che significa. Guardarlo insieme, dalla stessa breccia, uno accanto all'altro - chi ci è nato davanti e chi l'ha traversato - è una di quelle cose che al Forte succedono senza che nessuno le organizzi. Genova è fatta di arriviE forse lo dimentichiamo troppo facilmente, ma Genova è una città di porto. Tutta la sua identità, da secoli, è fatta di arrivi e di partenze. Di merci, di navi, di persone che vanno e che vengono. Il movimento, il transito, l'arrivo: è di questo che Genova è impastata. Una città di porto che ha paura di chi arriva dal mare è una città che ha dimenticato chi è. Forte Senza Frontiere è una sceltaE Forte Senza Frontiere è esattamente la scelta che abbiamo deciso: fare cioè in piccolo ciò che una città di porto è chiamata a fare in grande: accogliere. Tutto quiForte senza frontiere è tutto qui. Tre persone che tornano a lavorare su quel muro, affacciate su quel mare. Un forte che smette, un pezzo alla volta, di respingere. Una città che si ricorda di essere un porto. Un luogo nato per la guerra che diventa luogo di pace. Un muro che si apre esattamente dove dovrebbe: sul mare da cui, da sempre, arriva la vita di questa città. Se ti fa piacere, un giorno vieni al forte e guarda il mare con i tuoi occhi. Poi decidi tu da che parte del muro vuoi stare. La Piuma Artigiani di Pace

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Manifesto e Identità Persone normali. È l'unica cosa che sappiamo dire di noi.

Persone normali. È l'unica cosa che sappiamo dire di noi.

Chi siamo · La Piuma odv Ci hanno chiesto tante volte chi siamo. La risposta più onesta che sappiamo dare non contiene nessun aggettivo. Quando qualcuno ci chiede chi siamo, la tentazione sarebbe rispondere con le parole che si usano di solito in questi casi: associazione, terzo settore, impegno sociale. Sono parole vere, ma non dicono granché. Preferiamo la risposta che diamo da sempre, quella che continua a sembrarci la più precisa. Siamo un gruppo di persone normali: giovani e meno giovani, lavoratori e pensionati, famiglie e singoli, credenti e non credenti. Non è modestia, è precisione. Dire "persone normali" significa che nessuno di noi ha una qualifica speciale per prendersi cura di qualcun altro, e che proprio per questo chiunque può farlo. Non siamo partiti da un progetto. Siamo partiti da un desiderio, condiviso da un gruppo che nel 2004 aveva cominciato a ritrovarsi a Genova per riflettere, insieme, sul valore dell'ospitalità. Il 7 dicembre 2006 quel desiderio è diventato un'associazione, per mano di quindici socie e soci fondatori. Tutto il resto, la casa famiglia, il Forte, i laboratori, l'apiario, è venuto dopo, costruito passo dopo passo, incontro dopo incontro. Oggi siamo settanta soci. Ci incontriamo spesso al Forte Tenaglie con gli attrezzi in mano. C'è chi lavora la terra, chi ripristina un sentiero, chi cura le api, chi accompagna le bambine e i bambini a vedere com'era e com'è diventato. Nessuno di questi gesti richiede un talento raro. Richiede presenza, e la voglia di esserci. Chi accoglie davvero non ha bisogno di dirsi straordinario, gli basta esserci. Ecco perché, quando ci chiedono chi siamo, non alziamo la voce. Diciamo la cosa più vera che sappiamo: siamo persone normali, che hanno scelto di prendersi cura di ciò che gli altri tendono a lasciare indietro. Se vuoi sapere davvero chi siamo, il modo migliore non è leggerlo. È salire al Forte e unirti a noi per darci una mano. La Piuma Artigiani di pace

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Manifesto e Identità Viviamo in un tempo che ha imparato a scartare.

Viviamo in un tempo che ha imparato a scartare.

La ferita di cui ci prendiamo cura Prima di dire cosa facciamo, dobbiamo dire perché esistiamo. La ragione ha un nome solo, e non è un bel nome. Viviamo in un tempo che ha imparato a scartare. Scarta le persone che non rendono abbastanza, che non si adattano, che faticano a stare in piedi da sole. Scarta le bambine e i bambini senza una famiglia stabile. Scarta gli adulti che hanno sbagliato, o che semplicemente non ce l'hanno fatta. E scarta anche i luoghi che non servono più, le memorie che non conviene ricordare, la natura che rallenta i piani. Genova non fa eccezione. In questa città bella e dura ci sono bambini cresciuti senza la certezza di una casa, persone che il sistema ha espulso e non sa come riaccogliere, un tessuto di comunità che qua e là si sfilaccia. E c'è il Forte Tenaglie, costruito per la guerra, poi usato per colpire la stessa città che avrebbe dovuto controllare, infine abbandonato ai margini per decenni. Nell'abbandono è stato divorato: mura divelte, strutture crollate, vegetazione infestante che aveva inghiottito ogni traccia di ciò che era stato. Non soltanto dimenticato, ma distrutto. Se dovessimo riassumere in una parola sola la ferita che ci riguarda, useremmo questa: lo scarto. Lo scarto di chi, lo scarto di cosa, lo scarto di dove. È la stessa logica che espelle una persona e che lascia marcire un edificio, ed è la ragione per cui, per noi, occuparsi delle une e degli altri non è mai stato un doppio lavoro, ma un lavoro solo. Non crediamo che questa ferita sia inevitabile. Crediamo, anzi, che ciò che è stato scartato possa tornare a fiorire: che una persona ai margini possa ritrovare radici, che un luogo abbandonato possa ridiventare casa, che una comunità frammentata possa reimparare a parlarsi. Non è un pensiero consolatorio. È quello che vediamo accadere, lentamente, quassù. Ecco perché esistiamo. Non per aggiungere un servizio in più a una città che ne ha già molti, ma per tenere il punto su una convinzione semplice: nessuno, e niente, merita di essere scartato. La Piuma Artigiani di pace

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Manifesto e Identità La Piuma non è un servizio. È un ambiente.

La Piuma non è un servizio. È un ambiente.

Ecologia integrale, spiegata da un sabato al Forte C'è un'idea sola sotto tutto quello che facciamo. Il giorno che l'abbiamo capita, abbiamo smesso di descriverci come una lista di attività. Per anni, quando ci chiedevano cosa facessimo, rispondevamo elencando: la casa famiglia, i laboratori con le scuole, il recupero del Forte, l'accoglienza di persone in misura alternativa alla pena, l'apiario. Tutto vero, ma quell'elenco nascondeva la cosa più importante, cioè il filo che tiene insieme i pezzi. Perché una casa famiglia e un apiario stanno nella stessa associazione? La risposta non è "perché ci piace fare tante cose". La risposta è che, per noi, sono la stessa cosa. Teniamo insieme ciò che il mondo tende a separare: le persone fragili e i volontari, il Forte e la città, la natura e la comunità, la memoria e il futuro. Curare un luogo e curare una persona, per come la vediamo noi, sono lo stesso gesto. Non si ripara un essere umano senza riparare anche le relazioni intorno a lui, e non si rigenera un luogo senza che siano persone reali a viverlo. È questo che intendiamo quando usiamo l'espressione ecologia integrale, che troviamo detta con precisione nella Laudato Si' di Papa Francesco: "Non ci sono due crisi separate, una ambientale e l'altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio‑ambientale". Per noi non è una citazione da mettere in cornice, è la descrizione di ciò che proviamo a fare ogni sabato. Prova a salire al Forte in una qualsiasi mattina di lavoro. Vedrai, sullo stesso pezzo di collina, una classe che impara toccando la terra, un volontario che rimette in piedi un muretto a secco, una persona in misura alternativa alla pena che lavora fianco a fianco con gli altri. Nessuno di loro sta facendo una cosa diversa dagli altri. Stanno tutti curando qualcosa, e nel farlo cambiano un po' anche loro stessi. Per questo diciamo che La Piuma non è un servizio, è un ambiente. Un servizio si eroga a un utente e finisce lì. Un ambiente, invece, è un posto in cui si entra e da cui si esce diversi, che tu sia arrivato per ricevere cura o per darla. La differenza non è retorica. È tutto. Se questa idea ti incuriosisce, il posto per capirla non è questa pagina. È il Forte, contattaci e vieni a trovarci. La Piuma Artigiani di pace

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Manifesto e Identità In un mondo che sente solo l'albero che cade, noi cresciamo una foresta.

In un mondo che sente solo l'albero che cade, noi cresciamo una foresta.

La visione Non siamo ottimisti ingenui. Ma abbiamo scelto una scommessa precisa su come si cambiano le cose, e la portiamo avanti anche quando non fa notizia. C'è una frase che ripetiamo spesso, e che dice quasi tutto di noi: in un mondo in cui fa sempre più rumore un albero che cade, noi stiamo crescendo una foresta. Il rumore delle cose che crollano riempie le giornate, arriva prima di tutto il resto, sembra l'unica notizia possibile. La crescita, invece, non fa rumore. Non si vede giorno per giorno. Ma c'è. Ogni giorno al Forte, ogni bambina o bambino che trova finalmente una casa, ogni classe che impara qualcosa toccando la terra invece che leggendola su un libro, ogni incontro che cambia entrambe le parti: sono alberi che crescono. Crescono lentamente, mettono radici, e a un certo punto cominciano a fare ombra anche a chi non li ha piantati. Nessuno di questi gesti, preso da solo, cambia il mondo. Ma insieme, e nel tempo, costruiscono un pezzo di città diverso da come l'abbiamo trovato. Non lo diciamo per fare gli ottimisti. Sappiamo bene quanto sia dura, e non abbiamo la pretesa di risolvere da soli ferite grandi come lo scarto delle persone o l'abbandono dei luoghi. Ma crediamo, con una certa testardaggine, che il cambiamento cominci sempre da un atto concreto di cura. Da una porta che si apre. Da un luogo che si trasforma. Da una relazione che resiste anche quando sarebbe più comodo lasciarla cadere. La scommessa, in fondo, è tutta qui: che la cura trasformi i luoghi, che i luoghi trasformati trasformino le persone, e che le persone trasformate, a loro volta, trasformino un pezzo di città. È una crescita lenta, e questo è il suo pregio, non il suo difetto. Le cose che mettono radici profonde non hanno fretta. La Piuma Artigiani di pace

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Manifesto e Identità Ricostruire un forte a mano è una follia. La chiamiamo magnifica.

Ricostruire un forte a mano è una follia. La chiamiamo magnifica.

Il Forte Tenaglie, da luogo di guerra a luogo di pace Quando l'abbiamo incontrato non era un luogo da aprire. Era un luogo da ricostruire dalle fondamenta. Abbiamo scelto di non aspettare. Il Forte Tenaglie non è soltanto la nostra sede. È il simbolo più preciso di quello in cui crediamo, e per capirlo bisogna conoscere la sua storia, che non è una bella storia. Fu costruito tra il 1820 e il 1832 dai Savoia, non per difendere Genova ma per tenerla sotto controllo. Nel 1849 i bersaglieri del generale Lamarmora bombardarono la città proprio da qui, durante la rivolta contro il dominio sabaudo. Nel 1943 i militari tedeschi lo occuparono per l'artiglieria, attirandovi i bombardamenti alleati. Poi, dal 1945, il silenzio: abbandonato, come tutto ciò che si smette di considerare utile. Quando La Piuma lo ha incontrato, nel 2010, cercando una casa per i suoi progetti, era un luogo segnato dalla storia della divisione e del conflitto, lasciato ai margini esattamente come le persone di cui ci prendevamo cura. Non era un posto da aprire con un colpo di spugna. Era un posto da ricostruire pietra dopo pietra, giorno dopo giorno. Dal 2011, quando ne abbiamo ottenuto la concessione, abbiamo fatto una scelta che a molti è sembrata folle: non aspettare che lo facesse qualcun altro. Ci abbiamo messo energie, pensieri, sogni e anche soldi, i nostri e quelli di tantissime persone che hanno creduto in questa che abbiamo imparato a chiamare "magnifica follia". Il restauro delle casermette del terrapieno e il ripristino dell'accesso autonomo vanno avanti anche grazie al PNRR e al Comune di Genova, ma la parte più grande del lavoro l'ha fatta, e continua a farla, la comunità, con le mani. Il Forte Tenaglie è stato il primo complesso della cinta muraria di Genova restituito alla fruizione sociale, e non lo abbiamo trasformato in un museo. Lo abbiamo tenuto vivo. Un luogo nato per la guerra che diventa luogo di pace. Non è uno slogan. È la storia concreta di questo posto, ed è ancora in corso. La Piuma Artigiani di pace

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Manifesto e Identità Nessuno guarisce da solo. Nessun luogo si rigenera da solo.

Nessuno guarisce da solo. Nessun luogo si rigenera da solo.

La comunità Al Forte non ci sono chi aiuta e chi viene aiutato. C'è un gruppo di persone che lavora sullo stesso pezzo di collina, con la stessa fatica. C'è un'immagine che, meglio di qualsiasi discorso, dice chi siamo. È il sabato al Forte, quando sulla stessa collina ci sono volontari di lunga data e famiglie arrivate da poco, socie e soci che salgono da anni, ragazze e ragazzi, e persone che stanno scontando una misura alternativa alla pena all'interno del progetto ValOre. Lavorano insieme, con gli stessi guanti e la stessa fatica. Da lontano non distingueresti chi è arrivato per dare una mano e chi per riceverla, ed è proprio questo il punto. Diffidiamo dell'idea di aiuto che mette qualcuno in alto e qualcun altro in basso: i salvatori da una parte, i salvati dall'altra. Non è così che funziona la cura, almeno non quella in cui crediamo noi. La cura è una faccenda orizzontale, in cui chi la dà riceve qualcosa a sua volta, spesso senza aspettarselo. La persona in misura alternativa che rimette in piedi un muretto non sta solo "pagando un debito con la società". Sta scoprendo di saper fare qualcosa, e di poterlo fare accanto ad altri che la trattano da pari. La pena, qquassù, diventa possibilità. Lo stesso vale per i luoghi. Un forte abbandonato non torna vivo perché arriva una squadra di tecnici e lo sistema. Torna vivo perché delle persone cominciano a frequentarlo, a chiamarlo casa, a prendersene cura ogni settimana. Nessun luogo si rigenera da solo, così come nessuna persona guarisce da sola. Serve una comunità, cioè serve qualcuno che ci sia, e che ci sia ancora la settimana dopo. È per questo che teniamo tanto agli eventi, ai laboratori, alle giornate di Porte Aperte al Forte: non sono un contorno, sono il modo in cui la città sale, si incontra e a poco a poco si ri‑conosce. Ogni persona in più che frequenta il Forte è una radice in più che quel luogo mette a terra. La Piuma Artigiani di pace

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Manifesto e Identità L'accoglienza è il primo atto politico che conosciamo.

L'accoglienza è il primo atto politico che conosciamo.

Un valore, non un buon sentimento Accogliere non è un gesto di generosità che facciamo quando ci avanza tempo. È una postura verso il mondo, e a volte va tenuta anche controcorrente. Quando si parla di accoglienza, il rischio è farne una parola tenera, un po' vaga, buona per le occasioni ufficiali. Per noi è l'esatto contrario. L'accoglienza è il primo atto politico che conosciamo, ed è il valore da cui è nato tutto. Politico non nel senso dei partiti, ma nel senso più antico: riguarda come decidiamo di stare insieme in una città, chi consideriamo dei nostri e chi lasciamo fuori. Accogliere non è un gesto di generosità dall'alto, quello di chi ha e concede qualcosa a chi non ha. È una postura, cioè un modo stabile di stare al mondo, che non dipende dall'umore o dalla stagione. Significa fare spazio prima ancora di sapere se ne varrà la pena, e continuare a farlo anche quando accogliere non è più di moda, anche quando sarebbe più comodo e più applaudito voltarsi dall'altra parte. È in quei momenti che un valore si vede davvero, non quando è facile. La forma più limpida di questa postura è la nostra casa famiglia, che portiamo avanti da oltre dodici anni. Non è un servizio residenziale, ed è importante non chiamarlo così. È una casa vera, in cui una mamma e un papà educatori, che sono soci dell'associazione, accolgono con i propri figli fino a quattro bambine e bambini che non possono restare nelle famiglie d'origine. Cibo sul tavolo, materiale scolastico, due adulti presenti ogni giorno, e soprattutto delle radici da cui ricrescere. Più che un servizio, appunto, una famiglia. La stessa postura la ritrovi in ogni altra cosa che facciamo: nell'accompagnare chi ha sbagliato dentro il progetto ValOre, nel tenere aperto un fondo di solidarietà per chi attraversa un'emergenza, nel restituire alla città un luogo che era stato scartato. Cambiano le persone e i luoghi, ma il gesto è sempre quello: accogliere ciò che il mondo tende a lasciare indietro. Non ci interessa che l'accoglienza sia un bel sentimento. Ci interessa che sia una scelta, ripetuta ogni giorno. Se vuoi vedere che aspetto ha quando smette di essere una parola, sali al Forte e guarda con i tuoi occhi. La Piuma Artigiani di pace

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